HOME
 Consiglio Direttivo
 Statuto
 Diventa socio del Centro
 Palio dei Trampoli
 Vita
 Opere
 Schieti e Don Italo
 Storia di Schieti
 Foto di Schieti
 Contatti

 

Chi era Don Italo Mancini

 

Italo Mancini è scomparso il 7 gennaio 1993.
Era nato a Schieti di Urbino il 4 marzo 1925 da padre minatore e madre contadina. Egli stesso, una volta divenuto prete e docente universitario, ci teneva a rivendicare questa umile origine: "debbo a questi due onesti e umili genitori la scelta di campo, quella del sangue plebeo e contadino, il campo della gente che lavora, crea e così muove la storia" (da Cristianesimo e cultura, una lunga intervista autobiografica in cui Mancini ripercorre le tappe fondamentali della propria vicenda intellettuale. A questo testo si riferiranno anche le successive citazioni). Si forma all'Università Cattolica di Milano, alla scuola di Gustavo Bontadini ed a contatto diretto con Amato Masnovo, Francesco Olgiati, Agostino Gemelli, Mario Casotti e Giorgio Zunini; Al tempo in cui nell'amica e rivale Università Statale operavano altri pensatori di prestigio: Antonio Banfi, Mario Dal Pra, Enzo Paci, Remo Cantoni. Alla Cattolica trascorre anche il suo primo decennio di impegno accademico come assistente e docente di Filosofia della Religione.
Dalla seconda metà degli anni Sessanta viene chiamato da Carlo Bo all'Università di Urbino, dove insegna, prima, Filosofia della Religione e Storia del Cristianesimo, poi Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Magistero e, negli ultimi anni Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza.
Al centro delle ricerche del periodo milanese ci sono due questioni principali: quella "ontologica" e quella del "linguaggio", che troveranno sbocco nei volumi: Ontologia fondamentale. Linguaggio e salvezza e Filosofi esistenzialisti.
Studi puramente teoretici e legati alla dinamica delle filosofie e culture universitarie, maturate quindi in un contesto puramente accademico. Tuttavia rimarranno elementi importanti di precomprensione di tutto lo sviluppo ermeneutico ulteriore dei periodi successivi, contrassegnati, invece, da un forte impegno per la "questione pubblica", religiosa e politica.
Le grandi vicende degli anni Sessanta, soprattutto il Concilio Vaticano II e le lotte studentesche, incidono infatti profondamente sullo sviluppo anche del suo pensiero filosofico. Il nuovo contesto religioso e politico culturale operò in lui, come in molti altri intellettuali dell'epoca, una sorta di humiano "risveglio" dal sonno dogmatico. Lo si avverte subito nell'elaborazione della sua filosofia della religione, esibita come ermeneutica del kerygma, cioè del dato della rivelazione, preso nella sua "quadruplice forma biblica di parola, evento fondatore, comunità e comandamento": come ermeneutica di quel dato storico che Mancini soleva indicare con la nota espressione mutuata da Dilthey: "le enormi masse di vita religiosa".
Filosofia della religione intesa come "interpretazione nuova della trascendenza con una precisa caratterizzazione politica", come ermeneutica del fatto religioso, inteso non solo come una "teoria", ma anche e soprattutto come una "soteria", dottrina di salvezza.
E se ne ha conferma immediatamente dopo nel tentativo, nuovo e coraggioso per quei tempi, di allargare l'area culturale ermeneutica in campo teologico, andando al confronto con la teologia protestante di Barth, Bultmann e Bonhoeffer, e con quella contemporanea del secondo dopoguerra (Metz,
Pannenberg, Moltmann), pur senza dimenticare le teologie contrapposte di Lutero e Muntzer. La predilezione per Barth si accompagna, in lui, ad una non
celata identificazione con la figura e il pensiero di Bonhoeffer. A documentazione di quest'orientamento di pensiero restano le opere: Filosofia della religione, Bonhoeffer, Kerygma, Teologia controversa, Barth, Bultmann, Bonhoeffer, a cui più tardi si aggiungerà Novecento teologico.
Gli anni Settanta sono contrassegnati soprattutto dalla stagione di studi sul confronto del cristianesimo con le forme attuali del pensiero: radicalismo, cibernetica e, soprattutto, marxismo, pur senza trascurare il confronto con le forme classiche, in particolare la filosofia di Kant, Leibniz, Locke ed altri (si veda: Grandi ipotesi, I, II, III; Guida alla critica della ragion pura, I, II; Kant e la teologia).

L'interesse maggiore era concentrato sulla posizione "sostanziale" del marxismo di fronte alla religione. In un momento in cui molti dibattevano di questo tema in maniera piuttosto banale e superficiale, preoccupati principalmente della ricaduta politica della discussione, Mancini tentò di andare all'origine e ai fondamenti della critica di Marx e di altri pensatori classici riguardo alla religione, privilegiando quella "corrente calda" del pensiero marxista indicata da Ernst Bloch, a partire dall'umanesimo del
giovane Marx.
E da Bloch stesso Italo Mancini assume la chiave di lettura dell'intero sviluppo della critica marxista della religione: il concetto dialettico di religione, sospeso tra i due poli dell'ideologia e dell'utopia rivoluzionaria, di cui è simbolo
eminente Thomas Muntzer. In merito, egli forse ha scritto e pubblicato molto meno di quanto avesse letto e studiato. Ma quanto ci ha lasciato resterà sicuramente un punto di riferimento o comunque di passaggio obbligatorio per i futuri studiosi di questa problematica nel pensiero filosofico del
secondo dopoguerra. Le opere più rappresentative di questo periodo sono: Teologia, Ideologia, Utopia; Futuro dell'uomo e spazio per l'invocazione; Con quale comunismo; Con quale Cristianesimo; Fede e cultura; Come continuare a credere.
Nell’ultimo decennio, gli anni Ottanta, Mancini è approdato a un discorso filosofico che coniuga sempre più decisamente il proprio interesse filosofico e teologico con le tematiche dell'etica e della prassi, del diritto e della società civile e politica. Uno sbocco naturale della sua ricerca che, fin dagli inizi, s'era prefisso di combinare lo "studio del mondo di Dio" con lo "studio del mondo dell'uomo". Mancini dava testimonianza così di quella che egli, a proposito del
proprio atteggiamento nei confronti della cultura e della vita, soleva chiamare la "doppia fedeltà": a Dio e alla laicità del mondo. Un nuovo allargamento del campo d'indagine che impegna Mancini non solo nello studio delle forme e dei temi centrali della storia del diritto occidentale, ma anche nella ricerca delle loro possibilità di sviluppo per il futuro dell'uomo, in tentativi di nuove "spedizioni verso le terre del non-ancora, utopia, speranza". Appartengono a
quest'ultima stagione: Negativismo giuridico; Filosofia della prassi; L'ethos dell'Occidente; Diritto e società. Segno tangibile dell'opera di Italo Mancini - oltre alla specializzatissima biblioteca personale, ricca di circa dodicimila titoli catalogati - è rimasto anche e soprattutto L'Istituto Superiore di Scienze Religiose dell'Università di Urbino, voluto da lui e condiviso da Carlo Bo, progettato nel periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, con la
duplice finalità scientifica di centro di ricerca, documentazione, analisi e riflessione, e formativa di scuola di preparazione dei professori di religione. In realtà il significato della fondazione di quest'Istituto andava oltre. Fu un fatto di portata storica. Significò il primo tentativo di introdurre la teologia nell'Università italiana, rimastavi interdetta per più di un secolo e mezzo - a differenza di altri paesi europei - in parte, a motivo della insensibilità, del disinteresse o, addirittura, dell'opposizione miope della cultura laica e forse, in parte, per l'eccessiva preoccupazione dell'episcopato italiano di tenere sotto il proprio controllo e gestione la ricerca e il dibattito in campo teologico. Accanto a questo insonne impegno di studioso, Italo Mancini ha vissuto sino
in fondo anche la propria vocazione di prete, a servizio della propria comunità. Le omelie della domenica, che Carlo Bo - suo assiduo uditore - ha definito, per serietà di impegno e ricchezza di contenuti, una continuazione, nel Duomo di Urbino, delle lezioni universitarie, erano diventate un appun  tamento importante per molti credenti; come pure le conversazioni radiofoniche mattutine su argomenti spirituali (ora disponibili anche nel volume Le tre follie) che egli tenne quotidianamente per un certo periodo alla RAI. Oltre alla
competenza e alla serietà scientifica, chi accostava Italo Mancini poteva, inoltre, apprezzare di lui anche una forte carica di umanità e la disponibilità a servizio degli altri, gli studenti in prima fila, che potevano incontrarlo
indifferentemente nello studio dell'Università o a casa, fermarlo per strada o al bar e conversare liberamente. Aveva aperto la sua biblioteca privata agli studenti che numerosi, giornalmente, vi andavano, trovandovi non solo i libri, ma anche la persona disposta a suggerire un indirizzo e a dare un consiglio. I suoi rapporti con i propri collaboratori erano quelli del "maestro" che sapeva ad un tempo guidare, spronare, incoraggiare, ed insieme comunicare affetto ed amicizia. Insomma, Italo Mancini è probabilmente il più acuto e creativo pensatore religioso tra gli italiani di questo questo secolo. Quello che ha camminato di più, spaziando dalla filosofia alla teologia, dalla metafisica alla politica; esplorando ideologie e utopie, ma anche l'arte, la poesia, l'invocazione.
Ha ricevuto il dono della sapienza e gli ha dedicato la vita, senza risparmio.
Non la sapienza fredda, delle definizioni. ma quella che sgorga dalla falda incandescente. Non un fascio di dottrina, ma il frutto dell'esperienza dello Spirito.
E la sua fedeltà nella Chiesa! Amava citare la parola di Mazzolari: «Ricorda che solo rimanendo nella casa si può far camminare la casa». E soggiungeva: «L'apertura del cristianesimo può avvenire solo dal di dentro, non con lo scisma, la rottura o l'abbandono; bisogna prendere su di sé invece i ritardi, le infedeltà, le sollecitudini di tutte le Chiese». Amava l'uso umile dell'intelligenza e la teologia che non è tronfia dei suoi successi e delle sue definizioni.
Preferiva ricordare Dionigi Areopagita: «in finem cognitionis nostrae Deum tamquam ignotum cognoscimus».

Come dire che, al culmine della nostra ricerca, noi arriviamo a conoscere Dio come l'Ignoto, il Mistero. E spiegava: «Nella prassi religiosa e politica una trepida, umile impostazione di questo genere è capace di rivoluzionare un costume di fraintendiementi e ricatti che ha portato tutti i disastri (ateismo
in testa) propri della concezione di Dio come tappabuchi». Di questi ed altri tratti della personalità umana di Italo Mancini si potranno avere maggiori e migliori conoscenze quando saranno pubblicate le pagine di un diario che egli stesso ha rivelato di aver tenuto, scrivendo "nelle ore perdute, nei ritagli di tempo, magari in viaggio su un treno".